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La profondità di campo

La profondità di campo è uno dei principali elementi compositivi che stimolano la creatività del fotografo. Si può descrivere sinteticamente come lo spazio che appare nitido davanti e dietro al punto di messa a fuoco.

Teoricamente un'immagine dovrebbe essere considerata nitida quando una fonte luminosa puntiforme viene registrata sul sensore come un punto: ciò ovviamente non è possibile nella pratica, infatti ogni immagine non sarà composta da un infinito numero di punti (che hanno diametro pari a zero) ma da un numero finito (anche se enorme) di piccoli dischi, chiamati cerchi di confusione.
Possiamo dunque considerare un'immagine nitida quando i cerchi di confusione che la compongono sono abbastanza piccoli da farla percepire a fuoco dal nostro occhio.

righello

Considerando le tolleranze sulla messa a fuoco che entrano in gioco grazie alle dimensioni finite dei cerchi di confusione, risulta subito evidente come non si debba più parlare di piano di messa a fuoco ma di spazio di messa a fuoco. Rispetto al punto dove ricade la focheggiatura, nell'immagine finale, appariranno nitidi anche alcuni oggetti che si trovano prima e dopo di esso: quelli compresi nella profondità di campo della fotografia. Rispetto al piano di messa a fuoco, la profondità di campo non si estende in maniera uniforme: essa infatti si prolunga per circa 2/3 dietro e circa 1/3 davanti al punto di focheggiatura. Come si può vedere dall'immagine a lato dove è stata focheggiata la tacca 20 della scala graduata, appaiono ugualmente a fuoco la tacca 19 (1cm davanti al punto di fuoco) e la tacca 22 (2cm dietro al punto di fuoco).

L'estensione della profondità di campo è legata a diversi fattori:

È possibile sfruttare la profondità di campo ricordando che essa diminuisce allungando la lunghezza focale, avvicinando il punto di messa a fuoco ovvero aprendo il diaframma.

Poiché la lunghezza focale e la distanza del soggetto sono spesso vincolate e legate alle dimensioni di quest'ultimo (specialmente quando non è possibile variare il punto di ripresa), in fase di scatto sarà opportuno concentrarsi su un'adeguata scelta dell'apertura del diaframma.

Per capire come il diaframma possa avere influenza sulla visualizzazione nitida di un punto è necessario prendere in considerazione i seguenti due schemi.

schema diaframma aperto schema diaframma chiuso

In entrambe le situazioni, il piano di messa a fuoco dello schema ottico ricade sul punto A, di conseguenza, il punto B si trova a essere posizionato prima del suddetto piano e quindi teoricamente fuori fuoco. Con il diaframma completamente aperto (diagramma a sinistra) il punto B viene proiettato sul sensore come un'area abbastanza estesa a forma di disco che sicuramente supera le dimensioni massime dei cerchi di confusione tali da far percepire nitida l'immagine. Chiudendo il diaframma però, sebbene il punto B venga ancora una volta proiettato a fuoco dietro il sensore, il disco creato in corrispondenza del piano di registrazione è notevolmente meno esteso: ciò consente al nostro occhio di percepire nitido il punto B nonostante, in realtà, non sia perfettamente a fuoco.

Vediamo ora un esempio pratico di come si estende la profondità di campo dietro al soggetto chiudendo il diaframma. Nell'esempio seguente 5 carte da gioco sono state fotografate a diverse aperture: dal raffronto degli scatti si nota immediatamente l'incremento della profondità di campo che si ottiene diaframmando l'obiettivo.

apertura f/4 apertura f/8 apertura f/16

apertura diaframma: f/4

apertura diaframma: f/8

apertura diaframma: f/16

Nel primo scatto, a diaframma completamente aperto, l'unica carta a che appare nitida è l'asso (ossia dove ricade la messa a fuoco), già il re appena dietro appare visibilmente sfocato, anche se distinguibile. Chiudendo leggermente il diaframma (f/8) la carta K risulta quasi nitida e si iniziano a distinguere anche i valori delle carte più lontane. A f/16 tutte le carte diventano chiaramente identificabili e, in particolare, il re appare assolutamente nitido. Riducendo ulteriormente l'apertura del diaframma della lente sarebbe possibile far rientrare tutti i 5 soggenti all'interno della profondità di campo e quindi farli apparire ugualmente nitidi senza variare il punto di messa a fuoco.

La profondità di campo come elemento compositivo

La scelta di cosa far risultare nitido e cosa fuori fuoco non deve essere casuale ma il frutto di un attento studio da parte del fotografo. Uno sfondo nitido o fuori fuoco, per esempio, può contestualizzare il soggetto o distaccarlo dall'ambiente in cui si trova.

bokeh f/4 bokeh f/32

Come pare evidente dalle foto appena proposte, nel caso in cui lo sfondo sia perfettamente sfocato, l'attenzione dell'osservatore ricade inevitabilmente sul soggetto, mentre, nella foto a destra, lo sguardo si disperde e non viene catturato dal primo piano a causa della presenza di elementi di disturbo sullo sfondo.

In base al tipo di messaggio da comunicare il fotografo sfrutterà a suo vantaggio l'estensione della profondità di campo: nella fotografia di paesaggio è, in genere, consigliabile cercare di far risultare tutto a fuoco (primo piano e sfondo) mentre nel ritratto è solitamente più indicato lasciare aperto il diaframma in modo da staccare il soggetto da ciò che si trova alle sue spalle.

L'iperfocale

Specialmente nella fotografia di paesaggio, può nascere l'esigenza di avere tutto a fuoco a partire da una certa distanza sino all'infinito. Focheggiando all'infinito (simbolo ∞ sulla ghiera dell'obiettivo), a ogni apertura di diaframma corrisponderà una distanza (iperfocale) nello spazio oltre la quale tutto risulta nitido. Di contro, focheggiando su un punto che si trova proprio a quella distanza, la profondità di campo si estenderà partendo dalla metà dell'iperfocale fino all'infinito.

Se per esempio si vuole calcolare a quale distanza mettere a fuoco per ottenere la massima profondità di campo possibile, diaframmando a f/11 con una focale di 125mm, è possibile applicare la formula

F² / (f · C)

dove F rappresenta la focale dell'obiettivo, f il numero di apertura del diaframma e C il diametro del cerchio di confusione (in genere un millesimo della lunghezza focale). Inserendo i dati del nostro esempio si ottiene che la distanza iperfocale in mm è 125² / (11 · 0,125) = 11364mm ossia poco più di 11m. Focheggiando a questa distanza la profondità di campo spazierà da circa 5,5m all'infinito.

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